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Giovedì, 18 Luglio 2019

SICILIA FRANCESCANA: OTTO SECOLI DI STORIA


Gli inizi

Prime vicende

Rapporti con gli Osservanti

Pieno meriggio

Soppressione innocenziana

Soppressione del 1866


Gli inizi

I discepoli del nostro Patriarca San Francesco, nelle lunghe pellegrinazioni apostoliche intraprese per annunziare francescanamente "pace e bene", si spinsero molto presto in Sicilia. Giacomo da Vitry nel 1216 presenta la nostra Isola come una delle regioni dove i Minori si "spargevano per tutto l'anno".
Ci sono completamente sconosciuti i nomi di questi pionieri francescani. Quando Sant'Antonio, reduce dall'Africa (1221), passò per la Sicilia, risulta in modo inequivocabile che già erano aperti i conventi di Messina e forse di Siracusa. A prestar fede agli storici, alla morte di san Francesco una decina di conventi popolavano l'Isola, di cui una buona parte fondati, secondo tradizioni locali, dal dottore evangelico sant'Antonio, durante un suo non documentato ritorno in Sicilia, posto tra il 1222 e il 1223 o in altra data.

L'incertezza delle notizie e molto spesso la mancanza di dati sicuri sono dovuti alle vicende molto critiche che ostacolarono gli inizi della nostra Provincia. Federico II, in rotta contro il papato, avversò i francescani in tutti i modi, e in maniera speciale quelli della Sicilia, non esitando a mandarne alcuni al rogo, ad esiliarne altri, decretando finanche la demolizione, e molto più spesso la chiusura, di molti conventi dell'Isola. Né mancarono noie da parte del clero secolare e qualche volta anche dai Domenicani, per cui si rese necessario l'intervento dei Sommi Pontefici.
Né le persecuzioni cessarono dopo la morte di Federico II: Manfredi ereditò da suo padre lo stesso odio contro i Minori. Ci risulta che non solo fra Ruffino Gurgone, OM, da Piacenza, Legato Pontificio in Sicilia, ma anche altri francescani furono imprigionati. Il nostro convento di Catania, sito presso, il castello Ursino, dovette essere abbandonato per ordine di Manfredi, coadiuvato in ciò, sembra, dal clero locale.

Mentre all'esterno la Provincia veniva provata con le persecuzioni, all'interno si perfezionava organizzandosi. Nel 1230 ottenne l'autonomia dalla Provincia della Calabria, alla quale era stata fino ad allora unita, moltiplicò i conventi portandoli, alla fine del sec. XIII, sulla ventina, istituì case di studio e mandò alcuni frati a studiare a Parigi, per tenere con decoro le cattedre siciliane.

Incerta appare la posizione dei Minori durante la dominazione Angioina. La devozione di questa famiglia regale all'Ordine francescano certamente sarà stata di aiuto e di conforto alla nascente famiglia francescana in Sicilia. Poche notizie abbiamo di questo periodo: si ricordano alcuni provvedimenti presi nel 1269 contro gli Zelanti, che davano molto da dire ai superiori e creavano delle difficoltà per l'Ordine. Ciò per altro non impediva ai Frati della Comunità di essere tenuti in grande considerazione. Ci risulta p.e. che il guardiano di Palermo ne1 1279 ebbe l'incarico da Nicolò III di indagare sulla canonicità della elezione dell'abate di S. Maria delle Grotte, e nel 1291 fu autorizzato a dare l'assoluzione ad alcuni nobili Templari dalla scomunica incorsa. Nel 1245 Innocenzo IV ordinò a tutti i vescovi della Sicilia di rispettare i Minori, mentre con la presenza, sebbene troppo breve, di fra Ruffino Gurgone in Sicilia quale Legato Pontificio, l'Ordine poté in qualche modo rifarsi ed acquistare un nuovo più ampio respiro.

Il Vespro Siciliano (1282) vide i Minori come pacieri tra le due parti. Le spoglie dei francesi uccisi furono cristianamente deposte, a quanto pare, nella nostra chiesa di san Francesco a Palermo. Mentre la rabbia degli insorti non risparmiò alcuni nostri frati di origine francese, che vennero barbaramente trucidati. Comunque la posizione dei francescani, durante quegli avvenimenti, non è ovunque uguale: a Messina p.e. fra Bartolomeo da Piazza Armerina, durante il lungo assedio sostenuto dalla città, ebbe tanto ardire da affrontare Carlo I nel suo campo, per rimproverargli l'indolenza nel governo dell'Isola, causa di tanti mali, esaltando nello stesso tempo la fede e la devozione dei Messinesi "verso la casa di san Francesco".
 

Prime vicende

Sotto Federico III d' Aragona, un fatto molto importante viene ad aggiungersi alla poco nota storia francescana della Sicilia: l'aperto favoreggiamento degli Spirituali.
Fuggiti dalla Toscana nell'autunno del 1312, essi si rifugiarono in 5icilia invocando la protezione del Sovrano. Quivi trovarono il terreno fertile. L'Aragonese, sotto l'influsso di Arnaldo da Villanova, fin dal 1304 si era lamentato con il fratello Giacomo "della persecuzione di certi poveri evangelici", con allusione chiara agli Spirituali. Li accolse quindi ed accordò loro tutta la protezione, nonostante che da parte del fratello Giacomo, spinto dal Ministro generale PM. Alessandro d'Alessandria, si insistesse perché fossero cacciati via dalla Sicilia e fossero ridotti all'obbedienza dell'Ordine. Queste pressioni fecero impressione sull'animo scrupoloso di Federico, e per sgravio di coscienza convocò una giunta composta dagli arcivescovi di Palermo e Monreale e da maestri in S. Teologia, e fece esaminare il caso. L'esito fu secondo i desideri di Federico e gli Spirituali rimasero in Sicilia sotto la protezione del Re, tanto che ebbero agio di eleggersi propri superiori. L'insistenza di Giacomo e del Generale ottennero più tardi che finalmente Federico si decidesse ad espellerli esiliandoli nell'isola di Gerbe, presso Tunisi (8 maggio 1316). Ma da altri documenti appare che questo fu soltanto un proposito, poiché il 15 marzo 1317 e successivamente il 15 aprile dello stesso anno, Papa Giovanni XXII tornava a lamentarsi con Federico della protezione concessa agli Spirituali. Forse con la condanna del 23 gennaio 1318 finalmente scomparvero, ma più che scomparire si saranno fusi con i Fraticellidi cui in seguito seguiranno la sorte.

La celebre questione della povertà che agitò l'Ordine tra il 1321 e il 1342 ebbe le sue ripercussioni anche in Sicilia. Abbiamo notizie di un fra Roberto, guardiano del convento di san Francesco a Palermo, che nel 1328 venne imprigionato dall'arcivescovo di Palermo per aver sostenuto alcune proposizioni contrarie alla dottrina di Giovanni XXII. E il 25 maggio 1331 il nuovo Generale, Geraldo Odone, ebbe facoltà dal Sommo Pontefice di eleggere un nuovo Provinciale: forse il Provinciale in carica seguiva fra Michele da Cesena.

Nella peste del 1347-1348 i frati si prodigarono nell'assistenza spirituale degli appestati, contraendone il terribile male che lasciò deserti anche i conventi. Ma la ripresa non dovette tardare, se nella seconda metà del secolo molti frati salirono a grandi onori. Oltre ai Maestri cappellani di corte, si ricordano alcuni ascesi al vescovado: 25 in tutto il sec. XIV. Alla Corte intanto i frati erano adibiti per le ambascerie più importanti, mentre i rapporti con le famiglie regnanti si facevano sempre più stretti: Pietro d'Aragona tenne relazioni di amicizia col b. Gerardo Cagnoli, dalle cui preghiere ottenne la nascita del figlio Ludovico; Federico IV "il semplice" fu educato da fra Ubertino da Corleone, al quale durante il suo regno rese singolari servizi mentre a due francescani affidò le trattative per il suo matrimonio. Lo stesso fra Ubertino salì a grandi onori e, oltre al vescovado, sembra abbia avuto l'ufficio di Procuratore generale dell'Ordine, sebbene nell'elenco non figuri.

Non mancarono però gravi pericoli di scissione, originati dal dissidio esistente tra fra Ubertino, fatto potente a corte, e fra Nicolò da Agrigento, che venne deposto da Ministro provinciale per insinuazione del primo. Nonostante questi screzi, l'Ordine manteneva tale forza di espansione da raddoppiare quasi i conventi e portare una vera fioritura di anime eccellenti nella santità e nella dottrina. Basta ricordare il b. Gerardo Cagnoli, il b. Riccardo da Caltagirone, il b. Giovanni Buca, il b. Eletto da Messina, il b. Simeone compagno del b. Gerardo, e tra i Terziari direttamente dipendenti dal I Ordine, san Corrado da Piacenza, morto a Noto e il b. Guglielmo Buccheri. Tra gli scrittori di questo periodo che tenevano con decoro le cattedre di teologia esistenti nei nostri principali conventi, a cui intervenivano anche i vescovi del luogo, ricordiamo: il p. Andrea de Pace, il p. Giovanni Formica, Giovanni Ricca da Noto, lo storico Nicolò Speciale, Simone da Lentini, Nicolò da Agrigento, che sostenne una serrata disputa col domenicano fra Simone del Pozzo ed altri.


Rapporti con gli osservanti

Il quattrocento trova la nostra Provincia ben rafforzata all'esterno con l'apertura di nuovi conventi, sì da portarne il numero complessivo a 35-40, ma molto debole all'interno. La politica ecclesiastica dei Martini in Sicilia nocque alla nostra Provincia. Certamente tempi così oscuri e incerti permisero forse qualche abuso. Durante lo Scisma d'Occidente i Ministri provinciali deposti dall'uno o dall'altro Papa continuavano a reggere col favore dei Martini, con quali conseguenze è facile immaginare. La Sicilia in genere si mantenne fedele al Papa di Roma, ma ciò non toglieva al Papa di Avignone di eleggere o confermare nuovi superiori con grave danno della disciplina regolare. Dietro tali avvisaglie è facile vedere come una scissione tante volte scongiurata, trovasse il terreno adatto. L'iniziatore del movimento osservante (1418-1425) in Sicilia fu il b. Matteo da Agrigento. Il 9 gennaio 1425 ottenne da Eugenio IV la facoltà di aprire 5 conventi per l'Osservanza. Questo movimento tolse a noi otto conventi: Taormina, Piazza Armerina, Sciacca, Mazara, Gratteri, Comiso, Barrafranca, Catania. Di questi alcuni, come Catania, Comiso, Mazara, ritornarono ben presto sotto l'ubbidienza del nostro Provinciale. Il pericolo di assorbimento da parte Osservante forse fu generale. Il Senato di Palermo il 29 aprile 1500 spediva una supplica al Sommo Pontefice per introdurre nel nostro convento di san Francesco l'Osservanza. Il tentativo abortì, probabilmente per opera del PM. Leonardo Ventimiglia, nobile Palermitano, poi Ministro provinciale e grande benemerito del convento di san Francesco, che ottenne da Carlo V la conferma di tutti i privilegi e immunità "per la conservazione della detta religione" (12.9.1528).


Pieno meriggio

La Provincia si affacciava al secolo del Concilio di Trento in via di decisa ripresa. L'aumento progressivo, nonostante la separazione degli Osservanti, avvenuto nei primi del secolo, ne è l'indice più chiaro. Alla fine del cinquecento la nostra Provincia contava più di 100 conventi, segnando il massimo splendore raggiunto nei suoi sette secoli di storia.
Poco influì nell'insieme il fenomeno protestante. Salvo pochi casi di cui abbiamo qualche notizia, i frati si diedero con vera passione a porre un argine alla dilagante eresia. La Controriforma del Concilio di Trento trovò pronti i nostri alla ripresa. La presenza dei Conventuali Riformati, che in Sicilia ebbero una fiorente colonia, il nuovo spirito della Controriforma portato dai nostri religiosi presenti al Concilio di Trento, permisero alla Provincia di ascendere ad una floridezza sia interna che esterna non mai raggiunta. L'apostolato in mezzo al popolo, che aveva dato i suoi frutti attraverso l'istituzione del III Ordine, ricevette maggiore impulso dalle Congregazioni erette in onore dell'Immacolata in questo secolo, come reazione alle bestemmie dei protestanti. Anime sante, predicatori zelanti, apostoli ardenti, scrittori di pensiero profondo, arricchirono il patrimonio della nostra Provincia. Ricordiamo il grande arcivescovo di Palermo Ottaviano Preconio, Francesco Vita Polinzi, Giacomo Polizzi, Giuseppe Bonasia, Carlo Belleo, Simone Oscino, Giuseppe Napoli senior, che introdusse le Costituzioni Clementine in Sicilia, Girolamo Viperano, Antonio Trigona, Giacomo Roseo, Sante Sala, Luciano Riccardi, Vito Pizza, Matteo Ciaccio, Pietro Calanna ed altri, che in questo periodo si distinsero per zelo e dottrina.


Soppressione innocenziana

Così arriviamo al sec. XVII, ben delineato dal nostro più ampio informatore, Filippo Cagliola. Dalla statistica inserita nella sua opera sulla nostra Provincia risultano 100 conventi, 1150 frati, di cui 594 sacerdoti, 80 Maestri in s. teologia, 218 chierici, 338 fratelli laici, 5 noviziati, uno per custodia, un ginnasio di prima classe, corrispondente ad uno Studio generale di teologia, a Palermo, uno di II classe a Messina, 5 seminari minori e fino dal 1618 un Collegio a Malta che conferiva i gradi Accademici.
Ben presto il numero dei conventi si assottigliò. La soppressione innocenziana del 1652, esecutoriata in Sicilia nel 1659, sacrificò ben 19 conventi, sottoponendone alla visita e giurisdizione dell'Ordinario del luogo altri 34.
La provincia intanto fioriva attraverso l'opera dei suoi figli. Pensatori come Bonaventura Belluto, Gaspare Sghemma, Giuseppe Napoli iunior, Gaspare Meazza, De Luna, Carlo Bergallo, Baldassare Milazzo, Ludovico Scoto, Gerardo Ansaldi, a altri tenevano alto il prestigio dell'abito.


Soppressione del 1866

Il secolo XVIII continua la gloriosa tradizione del '600. Ma sulla fine del '700 si inizia la via crucis che doveva portare ad un secolo di distanza la nostra Provincia alla totale estinzione.
Il 3 novembre 1788 Ferdinando IV di Borbone ordinava la separazione giuridica della nostra Provincia dalla Curia generalizia di Roma. Conseguentemente l'isola di Malta, che fin dalle origini aveva fatto parte della nostra Provincia, il 18 luglio 1789 fu eretta a Custodia sui iuris. Questo stato violento di cose durò fino al 1815. Ristabilita da questo colpo che in certi casi fu letale, continuò prospera la sua vita di apostolato, celebrando con grande solennità la proclamazione del dogma dell'Immacolata nel 1854, che coronava tanti nobili sforzi dei figli di san Francesco.
Durante il triste periodo della soppressione napoleonica, la Sicilia, esente da siffatto flagello, costituì la tavola di scampo per l'Ordine intero: potendosi affermare che l'Ordine era costituito dalla Provincia della Sicilia.
Il 7 luglio 1866 venne fuori il decreto di soppressione delle corporazioni religiose e i nostri conventi ad uno ad uno si chiusero.
Al momento della soppressione la nostra Provincia contava quasi 600 frati divisi in 70 conventi. In questo travagliato ottocento la nostra Provincia non mancò di dare all'Ordine uomini di grande valore, come i due Ministri generali PM. Salvatore Calì e Antonio Adragna e i Procuratori generali Antonio De Pasquali e Bonaventura Ingoglia e, primo fra tutti, il PM. Antonio M. Panebianco, ultimo cardinale assunto dal nostro Ordine. Né mancarono scrittori e pensatori come il PM. Benedetto Amodei, Giuseppe Miceli, Vincenzo Solito, Placido Puglisi, Salvatore Scilla ed altri.

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